In via eccezionale, in attesa che il nuovo sito wanderersite.com torni operativo, pubblichiamo su sua richiesta l’articolo di Sara Zurletti, nostra amica e collega di Messina, che rende conto di uno spettacolo intitolato Polemos, il cui contenuto ci è sembrato rispecchiare le tensioni che stiamo vivendo oggi. Accogliamo volentieri la sua richiesta e pubblichiamo il testo in francese e in italiano.
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Guerra (e pace) a Messina
(di Sara Zurletti)
Per la 69a stagione dell’Associazione Musicale Bellini di Messina è andato in scena Pólemos, uno spettacolo di concezione innovativa, che mette in scena musica, cinema, filosofia e pittura in una ricognizione multidisciplinare sui vari aspetti del “conflitto”. Grande e meritato successo per Cesare Natoli, ideatore dello spettacolo, e per tutti gli altri interpreti.
Lo spettacolo andato in scena a Messina il 9 maggio per l’Associazione Musicale Bellini, intitolato Pólemos. Il conflitto tra musica, cinema, filosofia, ha richiesto una lunga fase di progettazione e mesi di intenso lavoro per il suo allestimento. L’idea di Cesare Natoli, che ha concepito, curato e portato in scena lo spettacolo come showrunner, è di un dialogo intorno all’idea di “conflitto” – bellico, ovviamente, ma anche ideologico, interpersonale, matrimoniale e persino interiore –, che si snoda attraverso media diversi e centra l’obiettivo clamoroso di un’opera d’arte totale, dove le varie arti e la filosofia convergono verso un medesimo fine espressivo.
Natoli non è nuovo a spettacoli di questo tipo: negli anni passati aveva proposto fra l’altro progetti di impianto analogo, dove conduceva un’esplorazione della filosofia implicita nel cinema di Pasolini e di Kubrick, declinata e resa esplicita attraverso l’immagine, la musica, il gesto, la parola scenica. Negli spettacoli precedenti Natoli teneva la scena da solo, e la componente musicale era affidata essenzialmente alle sue brillanti esecuzioni al pianoforte. Con Pólemos, la formula è diventata più ambiziosa perché la parte musicale è stata affidata stavolta all’orchestra, con la partecipazione dello stesso Natoli al pianoforte: l’impaginazione della serata prevedeva infatti l’esecuzione di estratti dalle colonne sonore di film che toccano il tema del conflitto nelle sue diverse accezioni. Il programma si è aperto con un frammento di Hans Zimmer dalla colonna sonora del Gladiatore, poi è stata la volta del John Williams di Schindler’s List, poi del Nyman di Lezioni di Piano, poi ancora di James Horner di Braveheart. A questo punto del programma l’Orchestra sinfonica giovanile di Messina, una promettente compagine formata da giovanissimi musicisti e dai loro docenti all’Istituto AINIS di Messina (uno dei cuori pulsanti della cultura messinese musicale e non solo musicale), ha eseguito, diretta con efficacia e grande sensibilità da Nazareno De Benedetto, la suggestiva Ouverture dall’Eneide Libro II (1979) di Giovanni Puliafito, che ha anche curato l’orchestrazione delle altre musiche dello spettacolo. Si è quindi proseguito con la dolcezza irresistibile del Morricone di C’era una volta in America – ormai una sorta di Gioconda della musica, che commuove sempre come se la si ascoltasse per la prima volta –, seguito dal Ligeti di Eyes Wide Shut di Kubrick, poi dal Ravel della Pavane e infine dal Walzer n. 2 dalla Jazz Suite di Shostakovich, sempre tratto da Kubrick.
Una prima riflessione che si potrebbe fare a questo punto è che una parte della musica più bella composta nel Novecento è musica da film. I talenti immensi di John Williams o di Ennio Morricone non vengono dimidiati dalla destinazione delle loro musiche a qualcosa che è, essenzialmente e prima di tutto, immagine: le loro meraviglie sonore – aggiungiamo anche, di Morricone, le musiche per i Western “spaghetti” di Sergio Leone, e di Williams citiamo almeno la geniale Marcia imperiale e il Leitmotiv della Forza in Guerre stellari – sono delle straordinarie invenzioni musicali che non hanno niente da invidiare alla musica d’arte. Sono purissime, travolgenti creazioni che non sono state obbligate ad amputarsi dell’espressione sentimentale, come ha dovuto fare tanta musica colta per non tradire la sofferente realtà cui rimandava. Il rapporto con l’immagine, si potrebbe osservare, le ha liberate rendendo loro intatta tutta la potenza del melos.
La seconda riflessione riguarda il sostrato concettuale dello spettacolo. Il fomite di Pólemos, infatti, non sta né nella musica, per quanto meravigliosa, né nelle immagini: sta nella filosofia. Cesare Natoli, oltre a quella pianistica, ha infatti una formazione di filosofo e di saggista (con monografie su Nietzsche musicista e su Musica e metafisica nella riflessione filosofica e teologica), e pone il punto di convergenza delle varie arti sfogliate nello spettacolo, l’entelechia stessa del messaggio, nello specifico del concetto. Questo rende in qualche modo Pólemos uno spettacolo “a programma”. Scrive Natoli che «Il termine greco pólemos (Πόλεμος) indica la guerra, ma nella riflessione di Eraclito assume un significato più profondo: il conflitto come principio originario, tensione che genera e trasforma tutte le cose. Non solo distruzione, dunque, ma dinamica vitale, energia che attraversa la realtà e l’esperienza umana. Questo concerto nasce da tale intuizione: il pólemos non è un accidente esterno, ma una dimensione connaturata all’essere umano. Esso si manifesta nei rapporti sociali, nelle scelte morali, nelle tensioni interiori, nei grandi eventi storici. Ma proprio perché inevitabile, il conflitto pone una responsabilità all’essere umano: essere compreso, orientato, trasformato. La musica, in questo senso, offre un laboratorio privilegiato. Ogni composizione, infatti, è attraversata da tensioni: tra suono e silenzio, tra consonanza e dissonanza, tra stabilità e movimento. Il linguaggio musicale non elimina il conflitto, ma lo organizza, lo rende forma, lo conduce verso un equilibrio possibile. In questa capacità di dare ordine al contrasto, la musica diventa quindi figura di un compito umano più ampio: trasformare il pólemos in relazione, misura, convivenza».
In Pólemos, infatti, la filosofia è origine, sfondo, giustificazione e sintesi finale del messaggio: solo il pensiero può raccogliere i fili dei vari tipi di conflitto, illustrati artisticamente, e porre il vero tema profondo dello spettacolo, che è la conciliazione, il superamento del conflitto. Da insegnante di filosofia di lungo corso e da performer di grande talento, tra un brano e l’altro Natoli proietta una serie di slide che illustrano i vari aspetti del conflitto, ne inquadrano le implicazioni filosofiche, e conducono con consequenzialità lo spettatore verso la sintesi finale. La filosofia, come si sa, non è né facile e né spettacolare: la sfida, in Pólemos, era quindi di renderla eloquente dando corpo musicale e cinematografico ai singoli costrutti teorici. Si parte dunque dalla discussione sulla definizione di “guerra” in Eraclito di Efeso, servita sul piatto d’argento della prima scena di 2001: Odissea nello spazio di Kubrick, con gli scimmioni che diventano umani nel momento in cui scoprono la tecnologia, cioè che un osso può essere usato come arma. Poi, via via, si instaura una sorta di circolarità delle forme dello Spirito – lo stesso contenuto passa dal cinema alla musica e poi approda alla filosofia –, condotta con una tale elegante semplicità che non ci si rende conto dell’immane lavoro di studio e di sintesi presupposto da un lavoro come questo.
Il punto culminante dello spettacolo è collocato alla fine. Dopo aver percorso le varie accezioni del “conflitto”, l’acme viene introdotta dall’arte che fino a quel punto non era stata coinvolta: la pittura. Vengono proiettate e commentate le riproduzioni di due meravigliosi quadri di Rubens: il primo è Le conseguenze della guerra, una tela commissionata al pittore nel 1638 per una missione di pace durante la Guerra dei Trent’anni. Vi si ammira un bel Marte aitante con elmo e spada sguainata, pronto a uccidere, e una Venere accorata e scarmigliata che tenta invano di trattenerlo dalla sua missione di distruzione. Venere è, ovviamente, bellissima e accompagnata da amorini (il quotidiano pacifico che verrà stravolto e calpestato dalla guerra). A sinistra del quadro si trova però un personaggio inquietante, una donna vestita a lutto e con gli abiti a brandelli: è la personificazione dell’Europa, che alza gli occhi e le braccia al cielo, stroncata dal dolore, invocando la pace. Il secondo quadro di Rubens è Minerva protegge la Pace da Marte, un quadro del 1630. Se Venere, nel quadro precedente, soccombe chiaramente al suo amante focoso, che non deflette dalla sete di sangue e di distruzione, qui Minerva, che è la dea della guerra giusta ma anche della saggezza, allontana con un gesto imperioso Marte da Cerere, dea della terra, che rappresenta la pace. Sono quadri di fronte ai quali non si può non spendere un pensiero per i milioni e milioni di vite portate via nella storia dalla guerra: che non è un eccitante gioco di soldatini sul tavolo di leader annoiati che giocano a fare Napoleone, ma una tragedia vera di soldati veri mandati a morire. Di fronte a un Occidente che di nuovo (di nuovo!) sembra sentire il richiamo della guerra, del sangue, della devastazione, delle armi; che pare avere follemente a noia la pace e che progetta di mandare nuovamente i propri figli in guerra; di fronte a un’Europa che fabbrica con incoscienza nemici che non esistono per giustificare la propria sete di violenza e di sangue (da rileggere urgentemente il geniale, esilarante Costruire il nemico di Umberto Eco), uno spettacolo come Pólemos oppone la voce alta e potente della filosofia assistita dalle arti. Perché, come sembra dire la statua della Minerva di Fidia che si toglie l’elmo, proiettata in chiusura, il messaggio ultimo salutato da un applauso del folto pubblico in sala è che oltre il Pólemos (Πόλεμος) sta l’Eirène (Εἰρήνη), la pace – che non ha nessuna intenzione di arrendersi.
Rappresentazione del 9 maggio 2026
Pianoforte e narrazione : Cesare Natoli
Direttore : Nazzareno De Benedetto
Trascrizione e consulenza musicale : Giovanni Puliafito
Orchestra sinfonica giovanile di Messina